giovedì 24 maggio 2012

IL BHAGAVAT: La sua filosofia, la sua etica e la sua teologia

Signori,
tutti siamo felici di leggere un libro che non abbiamo
mai letto
prima. Siamo ansiosi di raccogliere tutte le
informazioni che
contiene e una volta che le abbiamo ottenute, la
nostra curiosità
cessa. Questo tipo di atteggiamento verso lo studio è
evidente in
moltissime persone, grandi uomini sia secondo la
propria valutazione
che secondo la valutazione di coloro che appartengono
al loro stesso
stampo. In effetti, la maggior parte dei lettori sono
semplici
contenitori di fatti e affermazioni di altre persone.

Questo, però,
non è il vero studio. Lo studente autentico dovrebbe
leggere i fatti
con l'intenzione di creare, e non proponendosi di
immagazzinare
semplicemente dei dati senza utilizzarli. Come
satelliti, gli
studenti dovrebbero riflettere quella luce che
ricevono dagli autori
dei libri e non imprigionare i fatti e i pensieri come
un magistrato
rinchiude i prigionieri in una cella! Il pensiero è
un'energia di
progresso. Il pensiero dell'autore deve progredire nel
lettore
prendendo la forma di correzione o sviluppo. Il
critico migliore è
colui che è capace di mostrare gli ulteriori sviluppi
di un antico
pensiero, mentre chi si limita a commentare
negativamente è nemico
del progresso e di conseguenza anche della Natura.
"Bisogna cominciare daccapo", dice il critico, perché
i vecchi
edifici non rispondono più alle esigenze del presente.
Seppelliamo il
vecchio autore, perché i suoi tempi sono passati.
Questi discorsi
però sono superficiali e poco significativi.
Certamente il progresso
è una legge della Natura e con il progresso del tempo
ci devono
essere correzioni e sviluppi, ma progresso significa
andare avanti, o
salire più in alto. Ora, se dovessimo seguire il
nostro sciocco
critico, saremmo costretti a tornare al nostro
primitivo punto di
partenza per iniziare una nuova corsa, e quando siamo
arrivati a metà
percorso, un altro critico del suo stesso stampo
griderà: "Ricominciate daccapo, perché avete preso la
strada
sbagliata!" In questo modo, i nostri sciocchi critici
non ci
consentiranno mai di percorrere l'intera strada e
scoprire cosa c'è
alla stazione di arrivo. Per questo motivo, il critico
superficiale e
il lettore passivo sono i due grandi nemici del
progresso, e dobbiamo
evitare la loro compagnia.
Il vero critico ci consiglia piuttosto di conservare
ciò che abbiamo
già ottenuto e riprendere la nostra corsa dal punto in
cui siamo
arrivati nello slancio del nostro progresso. Non ci
consiglierà mai
di tornare indietro al punto da cui siamo partiti,
perché sa molto
bene che in quel caso avremmo sprecato inutilmente il
nostro tempo
prezioso e la nostra fatica, ma organizzerà la
prossima partenza
della corsa dal punto in cui ci troviamo. Questa è
anche la
caratteristica dello studente attivo: leggerà un
autore antico e
troverà la sua esatta posizione nel progresso del
pensiero. Non
proporrà mai di bruciare il libro sostenendo che
contiene pensieri
inutili. Nessun pensiero è inutile: i pensieri sono il
mezzo
attraverso il quale raggiungiamo i nostri scopi. Il
lettore che
denuncia un pensiero come cattivo o errato non sa che
una strada
cattiva è capace di migliorare e di trasformarsi in
una strada buona.
Un pensiero è una strada che conduce a un'altra
strada, e il lettore
scoprirà che un pensiero che oggi è lo scopo, domani
sarà il mezzo
che porta ad un altro scopo. I pensieri continueranno
necessariamente
ed essere una serie infinita di mezzi e scopi nel
progresso
dell'umanità. I grandi riformatori affermeranno sempre
che non sono
venuti a distruggere la legge antica, bensì a
realizzarla. Valmiki,
Vyasa, Platone, Gesù, Maometto, Confucio e Chaitanya
Mahaprabhu
affermano questo fatto, sia con dichiarazioni
esplicite che
attraverso il proprio comportamento.
Il Bhagavat, come tutte le opere religiose e
filosofiche e gli
scritti di grandi uomini, ha sofferto per la condotta
imprudente di
lettori inutili e di critici sciocchi. Addirittura i
primi hanno
fatto tanto danno all'opera da superare persino le
conseguenze
negative dei secondi. Uomini dal pensiero brillante
hanno esaminato
l'opera alla ricerca della verità e della filosofia,
ma i pregiudizi
che avevano assorbito dai suoi lettori incapaci e
dalla loro condotta
hanno impedito loro di svolgere un'indagine libera da
equivoci. Senza
parlare di altre persone, il grande genio di Raja Ram
Mohan Roy,
fondatore del movimento del Brahmoismo, non credette
utile studiare
questo ornamento delle biblioteche religiose.
Attraversò i cancelli
del Vedanta, edificati dalla costruzione Mayavada
dell'architetto
Shankaracharya, nemico scelto del giainismo, e tracciò
la sua strada
verso la forma unitaria della fede cristiana,
presentata in vesti
indiane. Ram Mohan Roy era una persona capace. Non
riuscì a sentirsi
soddisfatto della teoria dell'illusione contenuta
nella filosofia
Mayavada di Shankara. Il suo cuore era pieno di amore
per la Natura,
e attraverso gli occhi della sua mente vedeva che non
gli era
possibile credere di essere Dio, perciò corse
furiosamente lontano
dai confini di Shankara verso quelli del Corano, ma
anche lì non si
sentì soddisfatto. Studiò allora i bellissimi precetti
e la storia di
Gesù, prima nella traduzione inglese e infine nel
testo greco
originale, prendendo rifugio sotto le sante bandiere
del riformatore
ebreo. Voleva riformare il suo paese nello stesso modo
in cui aveva
riformato se stesso. Sapeva perfettamente che la
verità non
appartiene esclusivamente a nessun uomo individuale o
a nessuna
nazione o razza particolare: appartiene a Dio e ogni
uomo ha il
diritto di reclamarla come eredità di suo Padre, sia
che abiti ai
Poli o all'Equatore. Su queste basi reclamò il diritto
di proprietà
per se stesso e per i suoi connazionali sulle verità
inculcate dal
Salvatore dell'Occidente, stabilendo il Samaja dei
Brahmo
indipendentemente dal meraviglioso Bhagavat che
esisteva nel suo
stesso paese.
Le sue nobili gesta gli procureranno certamente una
posizione elevata
nella storia dei riformatori. Comunque, per dire la
verità, avrebbe
fatto di più se avesse iniziato il suo lavoro di
riforma dal punto in
cui l'aveva lasciato l'ultimo riformatore in India.
Non è nostra
intenzione elaborare ulteriormente questo punto:
basterà dire che il
genio di Ram Mohan Roy non fu attratto dal Bhagavat e
il suo
pensiero, per quanto possente, si ramificò purtroppo
come la linea
Ranigunj della nostra ferrovia, dalla stazione morta
di
Shankaracharya, senza cercare di essere un'estensione
della linea di
Delhi, quella del grande maestro del Bhagavat
proveniente da Nadia.
Non dubitiamo che il progresso del tempo correggerà
tale errore e lo
cancellerà in qualche modo collegandolo tramite una
ulteriore
estensione della linea ramificata che si riunirà alla
linea
principale del progresso. Ci aspettiamo che questo si
verifichi
grazie a un riformatore più capace tra i seguaci di
Ram Mohan Roy.
Il Bhagavat ha sofferto ugualmente per gli attacchi
dei critici
superficiali indiani e stranieri ed è stato condannato
e denunciato
da un gran numero dei nostri giovani connazionali, che
non si sono
preoccupati di leggere adeguatamente il suo contenuto
e di riflettere
sulla filosofia che ne costituisce la base. Tale
condanna è dovuta
soprattutto al fatto che questi giovani hanno
assorbito dei
pregiudizi infondati contro quest'opera fin dai tempi
della scuola
elementare. Senza dubbio il Bhagavat è stato deriso da
quegli
insegnanti che hanno generalmente una mente e un
intelletto di
calibro inferiore. Tale pregiudizio non viene superato
facilmente
dallo studente nella fase della crescita, se questi
non studia
sinceramente l'opera e non riflette sulle dottrine del
vaishnavismo.
Noi stessi abbiamo visto personalmente questo
meccanismo. Quando
eravamo all'università leggevamo le opere filosofiche
dell'Occidente
e scambiavamo pensieri con gli intellettuali del
tempo, nutrivamo un
vero odio verso il Bhagavat e ai nostri occhi tale
grande opera
sembrava un ricettacolo di idee malvage e stupide, ben
poco adatte al
diciannovesimo secolo, e non sopportavamo di ascoltare
argomenti a
suo favore. Per noi a quel tempo un volume di
Channing, Parker,
Emerson o Newman aveva più peso di tutta la raccolta
delle opere
Vaishnava. Con avidità ci applicavamo ai vari commenti
della Sacra
Bibbia e alle fatiche della Tattwa Bodhini Sabha, che
contenevano
estratti dalle Upanishad e dal Vedanta, ma nessuna
opera dei
Vaishnava trovava favore presso di noi. Crescendo in
età e nello
sviluppo dei nostri sentimenti religiosi ci volgemmo
in maniera
Unitaria nelle nostre credenze, e pregammo come Gesù
pregò nel
Giardino. Per fortuita combinazione incontrammo un
libro che parlava
del grande Chaitanya, e leggendolo con una certa
attenzione per
stabilire la posizione torica di quel possente Genio
di Nadia, avemmo
l'occasione di leggere le sue spiegazioni sul
Bhagavat, esposte agli
speculatori vedantisti della scuola di Benares. Quello
studio
accidentale suscitò in noi l'amore per tutte le opere
disponibili sul
nostro Salvatore dell'Oriente, e con grandi difficoltà
raccogliemmo i
famosi Kurcha in sanscrito, scritti dai discepoli di
Chaitanya. La
spiegazione del Bhagavat che ottenemmo da queste fonti
era talmente
affascinante che ci procurammo una copia completa del
Bhagavat e ne
studiammo il testo (difficile senza dubbio per coloro
che non sono
esperti nel pensiero filosofico) con l'aiuto del
famoso commento di
Sridhar Swami. E' da questo studio che siamo alfine
entrati in
contatto con le vere dottrine dei Vaishnava. Oh! Che
fatica
sbarazzarsi dei pregiudizi accumulati negli anni
immaturi!
Per quanto possiamo capire, nessun nemico del
vaishnavismo potrà
trovare qualche pregio nel Bhagavat. Il vero critico è
un giudice
generoso, libero da pregiudizi e spirito di parte. Uno
che fosse un
fervente seguace di Maometto vedrà certamente nelle
dottrine del
Nuovo Testamento una falsità fabbricata dall'angelo
caduto, mentre un
Cristiano trinitario, da parte sua, denuncerà i
precetti di Maometto
come quelli di un presuntuoso riformatore. La ragione
è semplice: il
critico dovrebbe avere lo stesso atteggiamento mentale
di quello
dell'autore di cui deve giudicare i meriti. I pensieri
si muovono in
direzioni diverse. Uno che sia stato educato nel
pensiero della
Società Unitaria o della scuola Vedanta di Benares
troverà
difficilmente la spiritualità nella fede dei
Vaishnava, mentre un
Vaishnava ignorante, che come occupazione va
mendicando di porta in
porta in nome di Nityananda, non troverà alcuna
religiosità nei
Cristiani. Questo accade perché il Vaishnava non pensa
alla religione
cristiana nello stesso modo in cui pensa il Cristiano.
Magari il
Cristiano e il Vaishnava esprimeranno esattamente gli
stessi
sentimenti, ma non smetteranno mai di lottare l'uno
contro l'altro,
solo perché sono arrivati alla comune conclusione
attraverso due
diverse vie di pensiero. Succede così che una grande
misura di
meschinità filtri negli argomenti dei pii Cristiani
quando esprimono
la loro imperfetta opinione sulla religione dei
Vaishnava.
I soggetti della filosofia e della teologia sono come
le vette di
immense e torreggianti montagne, che si levano
inaccessibili nel
mezzo del nostro pianeta, invitando la nostra
attenzione e ricerca.
Pensatori e uomini di profonda capacità speculativa
eseguono le loro
osservazioni attraverso lo strumento della ragione e
della coscienza,
ma quando intraprendono il loro lavoro assumono
posizioni diverse,
determinate dalle circostanze della loro vita sociale
e filosofica,
che sono differenti in ciascuna parte del mondo.
Platone osservava la
vetta della questione Spirituale dall'Occidente,
mentre Vyasa
eseguiva la stessa osservazione da Oriente, così
Confucio guardava da
una posizione ancora più ad Oriente, e Schlegel,
Spinoza, Kant e
Goethe ancora più ad Occidente. Le loro osservazioni
furono eseguite
in momenti diversi e con strumenti diversi, ma la
conclusione di
tutti è la stessa in quanto l'oggetto di osservazione
è uno solo, e
sempre lo stesso. Tutti quanti erano alla ricerca del
Grande Spirito,
dell'Anima non condizionata dell'Universo, e non
potevano non
ottenerne un'introspezione. Le parole e le espressioni
sono diverse,
ma il significato è lo stesso. Cercarono di scoprire
la religione
assoluta e le loro fatiche furono coronate dal
successo, perché Dio
dà ai Suoi figli tutto ciò che ha, se loro desiderano
ottenerlo. Lo
spirito di parte -- questo grande nemico della verità
-- renderà
sempre vani i tentativi del ricercatore che si sforza
di raccogliere
la verità dalle opere religiose della propria nazione,
e gli farà
credere che la verità assoluta si trova esclusivamente
nei suoi
vecchi libri religiosi. Potremmo forse offrire un
migliore esempio
del grande filosofo di Benares che non trova alcuna
verità nella
fratellanza universale dell'uomo e nella paternità
assoluta di Dio?
Questo filosofo che riflette secondo la sua linea di
pensiero non
sarà mai in grado di vedere la bellezza della fede
cristiana. Il modo
in cui Cristo pensava al proprio padre era fatto di
amore assoluto e
finché il filosofo non riesce ad adottare quel modo di
pensare,
rimarrà per sempre privo di quella fede assoluta
predicata dal
Salvatore dell'Occidente. Similmente, il Cristiano ha
bisogno di
adottare la linea di pensiero seguita dal Vedantista
prima di
arrivare ad apprezzare le conclusioni del filosofo. Il
critico
dovrebbe dunque avere un animo comprensivo, buono,
generoso, sincero,
imparziale e favorevole.
Che tipo di cosa è questo Bhagavat, chiede il
gentiluomo europeo
arrivato in India di recente. Il suo compagno gli dice
con serenità
che il Bhagavat è un libro che il suo portatore oriya
legge la sera
per un gruppo di ascoltatori. Contiene un guazzabuglio
di scritti
incomprensibili e selvaggi di quegli uomini che si
dipingono il naso
con qualche tipo di terra o sandalo e indossano delle
perline su
tutto il corpo per procurarsi la salvezza. Un altro
dei suoi
compagni, che ha viaggiato un po' nell'interno, si
affretterebbe a
contraddirlo, dicendo che il Bhagavat è un'opera
sanscrita
rivendicata da una setta di uomini, i Goswami, che
danno mantra come
i papi d'Italia alla gente comune del Bengala,
perdonando i loro
peccati dietro il pagamento di una quantità d'oro
sufficiente a
rimborsarli delle loro spese sociali. Un terzo
gentiluomo ripeterà
un'altra spiegazione ancora. Il giovane Bengala,
incatenato dai
pensieri e dalle idee inglesi, e totalmente all'oscuro
della storia
pre-musulmana del proprio paese, aggiungerà un'altra
spiegazione,
dicendo che il Bhagavat è un libro che contiene la
storia della vita
di Krishna, che era un uomo ambizioso e immorale!
Questo è tutto ciò
che è riuscito a imparare dalla nonna quando ancora
non andava a
scuola! Il Grande Bhagavat rimane ancora sconosciuto
agli stranieri
come l'elefante dei sei ciechi che avevano afferrato
diverse parti
del corpo della bestia! Ma la Verità è eterna, e viene
danneggiata
dall'ignoranza solo per breve tempo.
Il Bhagavat stesso (1.1.6) spiega che cosa è: "Ecco il
frutto
dell'Albero del pensiero (i Veda), misto al nettare
delle parole di
Sukadeva. E' il tempio dell'amore spirituale! O uomini
virtuosi!
Bevete in profondità di questo nettare del Bhagavat,
ancora e ancora,
fino al momento in cui sarete tolti a questa spoglia
mortale."
Il Garuda Purana (12.13.13) afferma: "Il Bhagavat è
composto da
18.000 sloka (versi) e contiene le parti migliori dei
Veda e del
Vedanta. Chiunque ha gustato il suo dolce nettare non
vorrà mai più
leggere altri libri religiosi."
Ogni lettore attento ripeterà certamente tali lodi. Il
Bhagavat è
considerato in India il libro per eccellenza. Una
volta entrati in
esso siete trasportati, si direbbe, nel mondo
spirituale dove la
materia grossolana non ha esistenza. Il vero seguace
del Bhagavat è
un uomo spirituale che ha già reciso il suo
collegamento temporaneo
con la natura fenomenica e ha scelto di diventare un
abitante di
quella regione dove Dio esiste ed ama eternamente.
Questa possente
opera è fondata sull'ispirazione, e la sua
sovrastruttura sulla
riflessione. Per il lettore comune non presenta alcuna
attrazione ed
è piena di difficoltà, perciò siamo costretti a
studiarla
profondamente attraverso l'assistenza di commentatori
illustri come
Sridhara Swami e il Divino Chaitanya e i suoi seguaci
contemporanei.
Ora il grande predicatore di Nadia, che è stato
divinizzato dai suoi
seguaci di talento, ci dice che il Bhagavat è basato
sui quattro
sloka che Vyasa ricevette da Narada, il più erudito
tra gli esseri
creati. Ci dice ancora che Brahma penetrò l'intero
universo di
materia per anni e anni alla ricerca della causa
finale del mondo, ma
dopo aver fallito nel cercarlo esternamente, guardò
all'interno della
propria personale natura spirituale, e là udì lo
Spirito Universale
che gli parlava con le seguenti parole (Bhag.
2.8.30-33):
"Ricevi, o Brahma! Io ti dò la conoscenza del Mio
stesso sé e delle
Mie relazioni e fasi, che è in sé stessa difficile da
ottenere. Tu
sei un essere creato, perciò non ti è facile accettare
ciò che ti do,
ma Io ti concedo il potere di riceverla, così che tu
possa
comprendere la Mia essenza, le Mie idee, la Mia forma,
la Mia natura
e le Mie attività insieme alle loro varie relazioni
con la conoscenza
imperfetta. Io esistevo all'inizio, prima che fossero
create tutte le
cose spirituali e temporali, e dopo la loro creazione
Io rimango in
esse nella forma della loro esistenza e verità, e
quando saranno
tutte scomparse Io rimarrò completo così come ero e
come sono. Tutto
ciò che appare vero senza essere effettivamente reale
in sé, e tutto
ciò che non è percepito pur essendo reale in sé
costituisce l'oggetto
della Mia energia illusoria di creazione, come la luce
e la tenebra
nel mondo materiale." (dalla lezione del Signore
Chaitanya a
Prakasananda Sarasvati, tratta dalla Chaitanya
charitamrita)
E' difficile spiegare in poche parole il significato
di questo
discorso. Per comprenderlo dovreste leggere l'intero
Bhagavat. Quando
il grande Vyasa ebbe terminato la compilazione dei
Veda e delle
Upanishad, ebbe scritto i diciotto Purana con i fatti
raccolti dalle
tradizioni antiche, il Vedanta e il grande
Mahabharata, famoso poema
epico di illustre celebrità, cominciò a riflettere
sulle proprie
teorie e insegnamenti, e come il Faust di Goethe
scoprì che fino a
quel momento non aveva raggiunto una reale verità. Si
ripiegò dunque
sul suo stesso sé ricercando la propria natura
spirituale, e fu
allora che la verità esposta qui sopra gli venne
comunicata per il
suo bene e per il bene del mondo. Il saggio si accorse
immediatamente
che le sue opere precedenti avevano bisogno di essere
superate poiché
non contenevano l'intera ed esclusiva verità, e nella
sua nuova idea
raggiunse lo sviluppo delle sue precedenti idee sulla
religione. Per
mettere in pratica tale cambiamento iniziò il
Bhagavat. Da questi
fatti i nostri lettori possono comprendere la
posizione di cui gode
il Bhagavat nella biblioteca delle opere teologiche
indù.
Tutta questa incomparabile opera ci insegna, secondo
il nostro grande
Chaitanya, le tre grandi verità che compongono la
religione assoluta
dell'uomo, e che il nostro predicatore di Nadia chiama
Sambandha,
Abidheya e Prayojana, cioè la relazione tra il
Creatore e il creato,
il dovere dell'uomo verso Dio e le prospettive
dell'umanità. In
queste tre parole è riassunto l'intero oceano della
conoscenza umana,
fin dove è stato esplorato in quest'era di progresso
umano: questi
sono i punti cardinali della religione e l'intero
Bhagavat è, come ci
insegna Chaitanya, una spiegazione di questi tre
grandi concetti, sia
attraverso l'insegnamento che attraverso l'esempio.
In tutti i suoi dodici Skandha, o canti, il Bhagavat
ci insegna che
esiste un solo Dio senza secondi, un Dio che era
completo in Se
stesso e rimane e rimarrà sempre tale. Il tempo e lo
spazio che
circoscrivono le condizioni degli oggetti creati, si
trovano molto al
di sotto. Gli oggetti creati sono soggetti
all'influenza del tempo e
dello spazio, che formano gli ingredienti fondamentali
di quel
principio della creazione che è conosciuto sotto il
nome di Maya.
Maya è una cosa che non viene compresa facilmente da
noi che vi siamo
soggetti, ma Dio spiega questo principio attraverso la
nostra
percezione spirituale -- per quanto ne possiamo capire
nella nostra
attuale costituzione. Il critico frettoloso comincia a
scalpitare
come un cavallo selvaggio al nome di Maya e dichiara
che si tratta di
una teoria identica a quella del vescovo Berkley.
"Siate pazienti
nella vostra ricerca", rispondiamo immediatamente.
Nella mente di Dio
c'erano idee di tutto ciò che percepiamo
nell'esistenza eterna con
Lui, altrimenti Dio perde l'attributo di onniscienza
che Gli viene
applicato dai grandi studiosi. Anche la parte
imperfetta della natura
che comporta il bisogno deriva da alcune di queste
idee, e che altro
se non un principio di Maya, eternamente esistente in
Dio sotto la
Sua onnipotenza, potrebbe contribuire ad una creazione
del mondo così
com'è? Questa è chiamata la Maya Shakti del Dio
onnipresente.
Cavillate quanto potete. Questa è una verità in
relazione
all'universo creato.
Questa Maya interviene tra noi e Dio fintanto che non
siamo
spirituali, e quando siamo capaci di spezzare i suoi
legami, anche in
queste spoglie mortali impariamo a collegarci nella
nostra natura
spirituale con l'assoluto e il non-condizionato. No,
Maya non
significa solo ciò che è falso, ma significa anche ciò
che nasconde
la verità assoluta. La creazione non è Maya stessa, ma
è soggetta a
tale principio. Certo, la teoria è idealista, ma è
stata degradata in
stupidità da spiegazioni errate.
Il vero idealista deve essere anche un dualista: deve
credere che
tutto ciò che percepisce è natura creata da Dio, piena
di essenza
spiritualee relazioni, ma non deve credere che il suo
aspetto
esteriore corrisponda alla verità. Il Bhagavat insegna
che tutto ciò
che percepiamo in modo sano è vero, mentre la sua
apparenza materiale
è transitoria e illusoria. Lo scandalo della teoria
idealista
consiste nella sua tendenza a falsificare la natura,
mentre la teoria
spiegata nel Bhagavat rende la natura vera, se non
eternamente vera
come Dio e le Sue idee. Che male ci può essere, se
l'uomo crede che
la natura sia spiritualmente vera, e le relazioni
fisiche e che le
fasi della società siano puramente spirituali?
No, non si tratta semplicemente di un cambiamento di
nome, ma anche
di un cambiamento di natura. La natura è eternamente
spirituale ma
l'intervento di Maya la rende grossolana e materiale.
Nel suo
progresso, l'uomo tenta di scrollarsi da questa idea
grossolana,
sciocca e infantile di natura, e vincendo il principio
disturbatore
di Maya, vive in una unione continua con Dio nella sua
natura
spirituale. Spezzare questo legame costituisce la
salvezza della
natura umana. L'uomo che ha raggiunto la salvezza dirà
liberamente al
suo fratello "se vuoi vedere Dio, guarda me, e se vuoi
unirti a Dio,
devi seguirmi". Il Bhagavat ci insegna questa
relazione tra l'uomo e
Dio, e tutti dobbiamo raggiungere tale conoscenza.
Questa verità
sublime è il punto in cui il materialista e
l'idealista si devono
incontrare come fratelli della stessa scuola: questo è
il punto a cui
tendono tutte le filosofie. Questo è il Sambandha
Jnana del Bhagavat,
o in altre parole, la conoscenza delle relazioni tra
ciò che è
condizionato e l'assoluto. Dobbiamo ora cercare di
spiegare il
secondo grande principio presentato dal Bhagavat, cioè
il principio
del dovere. L'uomo deve adorare spiritualmente il suo
Dio. Tutti i
teologi sono d'accordo nell'affermare che esiste solo
un unico Dio
senza secondi, ma discordano quando si tratta di dare
un nome a
questo Dio, a causa delle differenti modalità di
adorazione che
adottano a seconda della costituzione della loro
mente. Alcuni lo
chiamano Brahman, alcuni Paramatma e altri Bhagavan.
Coloro che
adorano Dio come l'infinitamente grande nel principio
di ammirazione
lo chiamano con il nome di Brahman: questa modalità è
detta Jnana o
conoscenza. Coloro che adorano Dio come l'Anima
Universale nel
principio dell'unione spirituale con Lui Gli danno il
nome di
Paramatma: questo è lo Yoga. Coloro che adorano Dio
come tutto ciò
che esiste, con tutto il loro cuore, corpo e forza, Lo
descrivono
come Bhagavan: quest'ultimo principio è la Bhakti. Il
libro che
prescrive la relazione e l'adorazione di Bhagavan
viene chiamato
Bhagavat, e anche l'adoratore riceve lo stesso nome.
Questo è il
Bhagavat, decisamente considerato il libro per
eccellenza da tutte le
categorie di teisti. Se adoriamo Dio spiritualmente
come il Tutto
supremo, con il nostro cuore, mente, corpo e forza,
siamo tutti
Bhagavata e conduciamo una vita di spiritualismo che
non può essere
eguagliata né dall'adoratore del Brahman né dallo yogi
che unisce la
propria anima con l'anima universale (Paramatma). La
superiorità del
Bhagavat consiste nell'unire ogni tipo di adorazione
teistica in un
unico principio eccellente della natura umana,
conosciuto con il nome
di Bhakti. Questo termine non ha un equivalente nella
lingua inglese:
religiosità, devozione, sottomissione e amore
spirituale libero da
ogni tipo di desiderio personale tranne quello del
pentimento
costituiscono il principio superiore della Bhakti. Il
Bhagavat ci
dice di adorare Dio in questo grande e prezioso
principio, che è
infinitamente superiore alla conoscenza umana e al
principio dello
yoga.
Non possiamo qui dilungarci troppo sulla spiegazione
del principio
della Bhakti che sorge meravigliosamente dalla sua
prima fase di
applicazione nella forma di adorazione brahmica nel
sentimento di
ammirazione, chiamato Shanta rasa, fino al quinto e
più alto stadio
dell'assoluta unione nell'amore con Dio, dolcemente
chiamato Madhura
rasa della Prema bhakti. Una spiegazione completa
richiederebbe un
grosso volume e questa non è certamente la sede adatta
per un tale
lavoro. Basterà dire che il principio della Bhakti
passa per cinque
fasi distinte nel corso del suo sviluppo nella sua
forma più alta e
pura (chiamate Shanta, Dasya, Sakhya, Vatsalya e
Madhura). Poi di
nuovo quando raggiunge l'ultima forma può progredire
ulteriormente
dallo stadio di Prema (amore) a quello di Mahabhava,
che costituisce
in effetti una transizione completa nell'universo
spirituale dove Dio
è l'unico sposo della nostra anima.
Il voluminoso Bhagavat non è altro che una completa
illustrazione di
tale principio di continuo sviluppo e progresso
dell'anima dalla
materia grossolana allo Spirito Universale e Perfetto
che Si
distingue come personale, eterno, assolutamente
libero, onnipotente e
supremamente intelligente. In esso non c'è nulla di
grossolano o
materiale, tutto è spirituale. Per trasmettere il
quadro spirituale
allo studente che si sforza di apprenderlo sono stati
fatti dei
paragoni con il mondo materiale, che possono
senz'altro convincere le
persone ignoranti e inesperte. Gli esempi materiali
sono
assolutamente necessari per la spiegazione delle idee
spirituali. Il
Bhagavat crede che lo spirito della natura sia la
verità nella
natura, l'unica parte pratica in essa.
L'aspetto fenomenico della natura è veramente teorico,
pur essendo
stato l'oggetto supremo della nostra convinzione fin
dai giorni della
nostra infanzia. L'aspetto esteriore della natura non
è altro che un
certo indizio del suo volto spirituale, perciò sono
necessari dei
paragoni. La natura così come si presenta davanti ai
nostri occhi
deve spiegare lo spirito, altrimenti la verità resterà
nascosta per
sempre e l'uomo non si innalzerà mai dalla sua
infanzia, anche se
barba e baffi imbiancheranno come le nevi
dell'Himalaya. L'intera
filosofia intellettuale e morale deriva
originariamente dai nomi
degli oggetti materiali. Le parole cuore, testa,
spirito, pensiero,
coraggio, ardimento, erano in origine i nomi comuni di
alcuni oggetti
corrispondenti nel mondo materiale, e similmente tutte
le idee
spirituali sono immagini del mondo materiale, perché
la materia è il
dizionario dello spirito e le immagini materiali non
sono che ombre
delle realtà spirituali che il nostro occhio materiale
riporta alla
nostra percezione spirituale. Nella Sua infinita bontà
e gentilezza,
Dio ha stabilito questo infallibile collegamento tra
la verità e
l'ombra, in modo da inculcarci la verità eterna che ci
ha riservato.
L'orologio spiega il tempo, le lettere dell'alfabeto
ci indicano la
raccolta della conoscenza, la bellissima musica
dell'harmonium ci dà
l'idea dell'armonia eterna nel mondo dello spirito,
l'oggi e il
domani e il dopodomani ci proiettano l'inafferrabile
idea
dell'eternità, e similmente le immagini materiali
imprimono alla
nostra natura spirituale l'idea veramente spirituale
della religione.
E' su queste considerazioni ragionevoli che Vyasa
adottò il metodo di
spiegazione della nostra adorazione spirituale con
qualche tipo di
fenomeno materiale, che corrisponde alla verità
spirituale. Non
intendiamo qui dilungarci in dettagli, perciò non
possiamo citare
esempi per mancanza di spazio.
Troviamo anche la parte pratica della questione
nell'undicesimo libro
del Bhagavat, che descrive molto dettagliatamente
tutte le modalità
in cui l'uomo può allenarsi a raggiungere la Prema
Bhakti di cui
parlavamo prima. Innanzitutto ci viene consigliato di
diventare
riconoscenti servitori di Dio nella relazione ai
nostri fratelli
umani. La nostra natura è stata descritta come
caratterizzata da tre
diverse fasi in tutte le nostre relazioni nel mondo:
tali fasi si
chiamano Sattva, Raja e Tama. Sattva Guna è quella
proprietà nella
nostra natura che si manifesta come puramente buona,
per quanto possa
essere pura nella nostra condizione attuale. Raja Guna
non è né buona
né cattiva, mentre Tama è cattiva. Le nostre Pravritti
o tendenze e
attaccamenti sono descritte come la principale molla
per le nostre
azioni, e noi dobbiamo educare queste tendenze e
attaccamenti fino ad
arrivare al livello del Sattva Guna, come spiega il
principio morale.
Non si tratta di una cosa facile. Tutti i moventi
delle nostre azioni
dovrebbero essere accuratamente protetti contro il
Tama Guna, il
principio malvagio, adottando innanzitutto il Raja
Guna e poi quando
si riesce a stabilizzarlo, si dovrebbe vincere il
proprio Raja Guna
attraverso il Sattva Guna naturale che, quando viene
coltivata, è
l'influenza più potente. La lussuria, la pigrizia, le
azioni malvage
e la degradazione della natura umana attraverso
principi inebrianti
sono descritti come appartenenti esclusivamente al
Tama Guna, la fase
maligna della natura. Tutto questo deve essere tenuto
sotto controllo
impegnandosi nel matrimonio, svolgendo un lavoro utile
ed evitando di
consumare sostanze inebrianti e di creare problemi al
nostro prossimo
e agli animali inferiori. Così quando il Raja Guna ha
ottenuto la
supremazia nel cuore, il nostro dovere è quello di
trasformare questo
Raja Guna in Sattva Guna, che è prevalentemente bontà.
Quell'amore
coniugale che era stato coltivato in precedenza nel
matrimonio deve
ora essere sublimato nell'amore santo, buono e
spirituale tra anima e
anima. Il lavoro produttivo viene ora trasformato nel
lavoro d'amore,
libero dal disgusto e dalle forzature. L'astinenza
dalle azioni
malvage verrà spogliata dalle connotazioni negative e
trasformata in
azioni buone e positive. A quel punto dobbiamo
arrivare a vedere
tutti gli esseri viventi nella stessa luce in cui
vediamo noi stessi,
cioè dobbiamo trasformare il nostro egoismo in ogni
possibile
attività disinteressata verso tutti coloro che ci
circondano. Amore,
carità, buone azioni e devozione a Dio saranno le
nostre uniche
occupazioni: diventiamo allora servitori di Dio,
obbedendo ai Suoi
santi e sublimi desideri. Qui cominciamo a essere
Bhakta, e possiamo
migliorare ulteriormente nella nostra natura
spirituale come abbiamo
già descritto prima. Tutto ciò è incluso nel termine
Abidheya, il
secondo punto cardinale nell'opera religiosa suprema,
il Bhagavat.
Abbiamo ora davanti a noi i primi due punti cardinali
nella nostra
religione, spiegati in qualche modo nei termini e
pensieri espressi
dal nostro Salvatore, che visse solo quattro secoli fa
nel bellissimo
villaggio di Nadia, che si trova sulle rive della
Bhagirathi.
Dobbiamo ora procedere all'ultimo punto cardinale
definito Prayojana
o prospettiva da questo grande Maestro che ristabilì
la conoscenza
originale.
Qual è l'oggetto del nostro sviluppo spirituale, della
nostra
preghiera, della nostra devozione e della nostra
unione con Dio? Il
Bhagavat dice che non è il piacere o la sofferenza, ma
il continuo
progresso nella santità e nella simmetria spirituale.
Nei libri ordinari dell'induismo in cui il Raja e il
Tama Guna sono
stati indicati come modalità della religione abbiamo
una descrizione
di un paradiso e di un inferno locali; il Paradiso è
meraviglioso
come ciò che di più bello c'è sulla terra, e l'inferno
è terribile
come qualsiasi immagine del male. Oltre a questo
paradiso ci sono
molti altri luoghi dove le anime sono innalzate come
ricompensa, e ci
sono 84 divisioni dell'inferno, alcune più spaventose
di quella che
Milton ha descritto nel suo Paradiso perduto. Si
tratta certamente di
descrizione poetiche, create in origine dai governanti
del paese per
impedire che le persone ignoranti commettessero
cattive azioni a
causa della loro incapacità di comprendere le
conclusioni della
filosofia. La religione del Bhagavat è libera da tali
descrizioni
poetiche; in effetti alcuni dei capitoli presentano la
descrizione di
tali inferni e paradisi e storie curiose, ma il libro
ci avverte che
non dobbiamo considerarli cose reali, ma invenzioni
intese a colpire
l'attenzione del malvagio e correggere i semplici e
gli ignoranti. Il
Bhagavat certamente insegna che ci sarà un sistema di
ricompensa e
punizione futura sulla base delle azioni compiute
nella nostra
situazione presente, ma a parte questo fatto
spirituale, tutte le
invenzioni poetiche sono state descritte come
affermazioni prese a
prestito da altre opere al fine di preservare le
antiche tradizioni
nel libro che le superava, mettendo così fine alla
necessità di
conservarle. Se l'intera raccolta di opere teologiche
indù che
precedettero il Bhagavat andassero bruciate come la
Biblioteca di
Alessandria, e il sacro Bhagavat fosse conservato
intatto, non
andrebbe perduta nessuna parte della filosofia indù,
tranne quella
rappresentata dalle sette atee. Il Bhagavat può essere
dunque
definito un'opera religiosa e allo stesso tempo un
compendio di tutta
la storia e filosofia indù.
Il Bhagavat non consente ai suoi seguaci di chiedere a
Dio qualcosa
che non sia l'eterno amore per Lui. Il regno del
mondo, le bellezze
dei paradisi locali e la sovranità sul mondo materiale
non sono mai
oggetto delle preghiere vaishnava. Il Vaishnava dice
umilmente: "O
Padre, Signore, Dio, Amico e Sposo della mia anima!
Sia glorificato
il Tuo nome! Non mi rivolgo a Te per chiederTi ciò che
mi hai già
dato. Io ho peccato contro di Te e ora mi pento e
imploro il Tuo
perdono. Che la Tua santità tocchi la mia anima
liberandomi dalla
grossolanità. Che il mio spirito si dedichi umilmente
al Tuo santo
servizio nell'assoluto amore per Te. Ti ho chiamato
mio Dio: che la
mia anima sia avvolta dall'ammirazione per la Tua
grandezza! Ti ho
invocato come mio padrone e signore: che la mia anima
sia fortemente
dedicata al Tuo servizio. Ti ho chiamato amico mio:
fa' che la mia
anima sia legata a Te da un amore rispettoso, e non
dalla paura o dal
timore! Ti ho chiamato mio sposo, e fa' che la mia
natura spirituale
sia in eterna unione con Te, costantemente innamorata
e libera da
ogni paura e disgusto. Padre! Fa' che io abbia la
forza sufficiente
per rivolgermi a Te come allo sposo della mia anima,
così che
possiamo essere eternamente uniti nell'amore! Pace al
mondo."
Questa è la natura della preghiera del Bhagavat. Chi
può leggere il
libro troverà la più alta forma di preghiera
nell'espressione di
Prahlad verso l'Anima universale e onnipresente che ha
il potere di
trasformare ogni forza negativa in umile sottomissione
o completo
annientamento. Questa preghiera mostrerà qual è il
fine e lo scopo
della vita del Vaishnava: egli non si aspetta di
diventare sovrano di
una certa parte dell'universo dopo la morte, né teme
un qualche
inferno ardente e turbolento, la cui semplice idea
farebbe rizzare i
capelli del giovane Amleto come gli aculei di un
porcospino! La sua
idea di salvezza non è il totale annientamento
dell'esistenza
personale che si sono procurati i buddhisti e i 24 dèi
giainisti! Il
Vaishnava è la creatura più umile tra tutte, priva di
qualsiasi
pretenziosità, e vuole solo servire Dio spiritualmente
dopo la morte
così come l'ha servito sia nello spirito che nella
materia durante la
vita. La sua costituzione è quella di spirito e il suo
scopo più alto
nella vita è l'amore sacro e divino.
Ci potrebbe essere qui un dubbio filosofico: in che
modo l'anima
umana può avere un'esistenza distinta dall'anima
universale quando la
componente grossolana della costituzione umana non
esiste più? Il
Vaishnava non può rispondere, come non può rispondere
nessun uomo
sulla terra. Il Vaishnava risponde umilmente che
percepisce la verità
ma non è in grado di comprenderla. Il Bhagavat afferma
semplicemente
che quando l'anima Vaishnava è liberata dalla materia
grossolana
esisterà sicuramente, non più nel tempo e nello
spazio, ma
spiritualmente nell'eterno spirituale regno di Dio,
dove la vita è
amore e le sue varie manifestazioni sono speranza e
carità ed estasi
continua senza trasformazione.
Nel considerare la vera essenza della Divinità due
grandi errori si
levano dinanzi a noi, spaventandoci e facendoci
ricadere
nell'ignoranza e nella sua soddisfazione. Uno di essi
è l'idea che
Dio sia al di sopra di tutti gli attributi sia
materiali che
spirituali e di conseguenza sfugga ad ogni concezione.
Si tratta di
un'idea nobile ma priva di valore. Se Dio è al di
sopra della
concezione e privo di simpatia per il mondo, come si
spiega la
creazione? E questo Universo composto di qualità? Le
distinzioni e le
fasi dell'esistenza? Le differenze di valori? Uomo,
donna, animale,
alberi, magnetismo, magnetismo animale, elettricità,
paesaggi, acqua
e fuoco? In tal caso la teoria Mayavada di
Shankaracharya sarebbe la
filosofia assoluta.
L'altro errore consiste nel pensare che Dio sia tutto
qualità, cioè
intelligenza, verità, bontà e potenza. Anche questa è
un'idea
inaccettabile. Qualità sparse non possono mai
costituire un Essere, e
la cosa è ancora più impossibile quando si tratta di
principi
opposti, come Giustizia e Misericordia, e Pienezza e
Potenza
Creativa. Entrambe queste idee sono dunque imperfette.
La verità,
come afferma il Bhagavat, è che le qualità, pur
essendo spesso in
opposizione tra loro, sono unite in un Essere
spirituale dove trovano
piena comprensione ed armonia. Certamente si tratta di
una cosa che
supera la nostra comprensione, poiché la nostra natura
è limitata,
mentre Dio è illimitato. Le nostre idee sono costrette
nei confini di
spazio e tempo, mentre Dio è al di sopra di questi
limiti. E' uno
spiraglio della Verità e dobbiamo considerarlo come la
Verità stessa:
spesso, dice Emerson, uno spiraglio di verità è meglio
di un sistema
organizzato, e ha ragione.
Il Bhagavat ha dunque una Divinità personale,
perfettamente
intelligente, attiva, assolutamente libera, santa,
buona,
onnipotente, onnipresente, giusta e misericordiosa e
supremamente
Spirituale, una senza secondi, che crea e preserva
tutto ciò che
esiste nell'Universo. Il più alto scopo dei Vaishnava
consiste nel
servire spiritualmente ed eternamente questo Essere
Infinito
nell'attività dell'Amore Assoluto.
Ecco dunque i principi fondamentali della religione
stabiliti da
quest'opera, chiamata Bhagavat, e nella sua grande
saggezza Vyasa
fece del suo meglio per spiegare tali principi con
l'aiuto di
immagini del mondo materiale. Il critico superficiale
respinge
seccamente questo grande filosofo come adoratore di un
uomo, e
arriverebbe persino ad accusarlo di scandalo come
sostenitore
dell'amore materiale e della lussuria, e dei principi
dannosi
dell'ascetismo esclusivo. Codesto critico dovrebbe
però prima leggere
profondamente le pagine del Bhagavat ed allenare la
propria mente
assimilando la migliore filosofia eclettica che il
mondo abbia mai
formulato, e poi siamo sicuri che canterà le lodi del
preside
dell'Università di Teologia di Badarikasram che
esisteva circa 4000
anni fa. Senza dubbio la mente del critico
superficiale sarà
trasformata, se semplicemente riflette su un punto
molto importante,
cioè come è possibile che uno spiritualista della
scuola di Vyasa che
ha insegnato i migliori principi del teismo
nell'intero Bhagavat,
componendo i quattro versi citati all'inizio come base
della sua
possente opera, possa aver costretto gli uomini a
credere che la
relazione sensuale di un uomo con alcune femmine sia
il più alto
oggetto di adorazione! E' del tutto impossibile, caro
Critico! Vyasa
non avrebbe potuto insegnare al comune Vairagi a
stabilire un centro
di adorazione con uno stuolo di femmine! Vyasa, che ci
ha insegnato
ripetutamente nell'intero Bhagavat che i piaceri
sensuali sono
momentanei come il piacere di grattarsi una mano che
prude, e che il
più alto dovere dell'uomo è quello di sviluppare amore
spirituale per
Dio, non avrebbe mai potuto raccomandare l'adorazione
dei piaceri
sensuali. Vyasa stesso rimprova questi sciocchi
critici, allo scopo
di prevenire la degradazione dei principi spirituali,
con questo
verso pronunciato da Kapila nel terzo Skandha: "La
relazione immorale
con una donna o con un uomo che mantiene relazioni con
donne con
intenzioni immorali, è estremamente pericolosa per un
uomo di
temperamento religioso."
Le sue descrizioni sono spirituali e non devi metterle
in relazione
con la materia. Con questo consiglio, caro Critico,
esamina il
Bhagavat e non dubito che nell'arco di tre mesi ti
rivolgerai
piangente a Dio pentendoti di aver disprezzato questa
Rivelazione
dovuta al cuore e al cervello del grande Badarayana.
Sì, tu ci dici nobilmente che tali paragoni filosofici
hanno
provocato dei danni negli ignoranti e negli sciocchi,
e indichi
sdegnato gli atti immorali dei comuni Vairagi, che si
definiscono "seguaci del Bhagavat e del grande
Chaitanya". Nobilmente
affermi che Vyasa, quando non viene spiegato in modo
puro, può
condurre migliaia di uomini in gravi difficoltà nel
futuro. Ma caro
Critico! Studia la storia delle epoche e delle
nazioni! Dove hai mai
visto che il filosofo e il riformatore sono stati
pienamente compresi
dal popolo? La religione popolare si basa sul timore
di Dio e non sul
puro amore spirituale che Platone, Vyasa, Gesù e
Chaitanya hanno
insegnato ai loro rispettivi popoli! Sia che tu
presenti la religione
assoluta con immagini figurate o con espressioni
semplici, o che
insegni alla gente attraverso libri o conferenze, è
inevitabile che
gli sciocchi e gli ignoranti ne distorcano
l'insegnamento. E' davvero
molto facile dire, e ascoltare, che la verità assoluta
presenta una
tale affinità con l'anima umana, perché questo
concetto è quasi
intuitivo. Non è necessario alcuno sforzo per
insegnare i precetti
della vera religione: chi pensa altrimenti si inganna.
Può essere
vero riguardo all'etica e alle basi elementari della
pratica
religiosa, ma non riguardo alla più alta forma di fede
compresa
dall'anima elevata. Richiede piuttosto una certa
preparazione
preventiva dell'anima sui fondamenti della religione
proprio come
coloro che studiano le frazioni matematiche devono
avere già compiuto
degli studi sui numeri fondamentali e sulle cifre
nell'aritmetica e
nella geometria. La Verità è buona: ecco una verità
elementare, che
viene facilmente afferrata dalle persone comuni. Ma se
dite a una
persona comune che Dio è infinitamente intelligente e
potente nella
Sua natura spirituale, quello si formerà un'idea
differente da quella
che voi volete presentargli. Tutte le Verità
superiori, pur essendo
intuitive, richiedono una preparazione preliminare su
quelle più
semplici. La religione più pura è quella che dà l'idea
più pura di
Dio, e la religione assoluta richiede all'uomo una
concezione
assoluta della propria natura spirituale. Com'è dunque
possibile che
l'ignorante possa mai raggiungere la religione
assoluta finché rimane
ignorante? Quando il pensiero si risveglia, il
pensatore non è più
ignorante e diventa capace di acquisire un'idea
assoluta della
religione. Questa è una verità, e Dio l'ha voluta tale
nella Sua
infinita bontà, imparzialità e misericordia. Ogni
lavoro porta i suoi
frutti, e gli oziosi non devono mai essere premiati,
così più grande
sarà il lavoro, più grande sarà la ricompensa: ecco
una verità utile.
Coloro che non sono educati a pensare devono
accontentarsi delle
superstizioni finché si risvegliano ed aprono gli
occhi al Dio di
Amore. I riformatori sono ispirati dal loro amore
universale e
dall'ansietà di compiere buone opere, e si sforzano in
un modo o
nell'altro di portare gli ignoranti a bere alla coppa
della salvezza,
ma questi la riempiono di vino e cadono a terra ebbri
perché
l'immaginazione ha il potere di trasformare le cose in
ciò che non
sono mai state. Così si verificano i mali dei
monasteri e le
corruzioni degli Akhra (centri di adorazione dei
"Vairagi" sahajya).
No, noi non dobbiamo gettare scandalo sul Salvatore di
Gerusalemme o
sul Salvatore di Nadia a causa di queste nefandezze
compiute da
coloro che si definiscono loro seguaci. Noi non
abbiamo bisogno di
critici accusatori, bensì di novelli Martin Lutero,
che correggano
tali nefandezze con la vera interpretazione dei
precetti originari.
Altri due principi caratterizzano il Bhagavat, cioè la
libertà e il
progresso dell'anima durante tutta l'eternità. Il
Bhagavat ci insegna
che Dio ci dà la verità, così come la diede a Vyasa,
quando noi la
cerchiamo onestamente. La Verità è eterna e
inesauribile, e l'anima
riceve una rivelazione quando la desidera
ansiosamente. Le anime dei
grandi pensatori delle epoche antiche, che ora vivono
spiritualmente,
si accostano spesso al nostro spirito inquisitivo e lo
assistono nel
suo sviluppo, così come Vyasa fu assistito da Narada e
Brahma. I
nostri Shastra, o in altre parole i nostri libri di
pensiero, non
contengono tutto ciò che abbiamo potuto ottenere dal
Padre infinito.
Nessun libro è privo di errori, e la rivelazione di
Dio è verità
assoluta, ma raramente viene ricevuta e preservata
nella sua purezza
naturale. Ci è stato consigliato nel capitolo 14
dell'undicesimo
Skandha del Bhagavat di credere che la verità è
assoluta quando è
rivelata, ma viene poi colorata nel corso del tempo a
seconda della
natura di chi la riceve, e trasformata in errore dal
continuo cambio
di mani da un'epoca all'altra. Sono dunque necessarie
sempre nuove
rivelazioni per mantenere la verità nella sua purezza
originaria, e
siamo avvisati che dobbiamo fare attenzione nel nostro
studio degli
antichi autori, per quanto saggi fossero considerati.
In tale studio
abbiamo piena libertà di rifiutare le idee sbagliate,
che non sono
approvate dalla pace della nostra coscienza. Vyasa non
era
soddisfatto di ciò che aveva raccolto dai Veda,
organizzato nei
Purana e composto nel Mahabharata, e le sue fatiche
non erano state
sanzionate dalla pace della sua coscienza.
Dall'interno gli
diceva: "No, Vyasa! Non puoi accontentarti
dell'immagine erronea
della verità che ti è stata necessariamente presentata
dai saggi dei
tempi antichi! Devi bussare tu stesso alla porta
dell'inesauribile
magazzino della verità, dal quale le epoche precedenti
hanno tratto
le loro ricchezze. Sali, sali alla fonte originaria
della verità,
dove nessun pellegrino resta deluso in alcun modo".
Vyasa lo fece e
ottenne ciò che voleva. A tutti noi viene consigliato
di fare
altrettanto. La libertà è dunque il principio, che
dobbiamo
considerare come il dono più prezioso di Dio. Non
dobbiamo lasciarci
condurre ciecamente da coloro che hanno vissuto e
pensato prima di
noi, ma dobbiamo pensare per noi stessi e cercare di
trovare
ulteriori verità che ancora non sono state scoperte.
Nel verso 23 del
capitolo 21 dell'undicesimo Skandha del Bhagavat ci
viene consigliato
di accettare lo spirito degli Shastra piuttosto che la
lettera. Il
Bhagavat è dunque una religione di libertà, di verità
pura e di amore
assoluto.
L'altra caratteristica è il progresso. La libertà è
certamente la
madre di ogni progresso, e la santa libertà è la causa
del progresso
che porta sempre più in alto, nell'eternità e
nell'infinita attività
dell'amore. L'abuso della libertà causa degradazione e
il Vaishnava
deve sempre usare con grande cura questo sublime e
meraviglioso dono
di Dio. Il progresso del Bhagavat è descritto come
l'innalzarsi
dell'anima dalla Natura fino al Dio della Natura, da
Maya
all'assoluto e all'infinito. Il Bhagavat dice dunque
di se stesso:
"Ecco il frutto dell'Albero del pensiero (i Veda),
misto al nettare
delle parole di Sukadeva. E' il tempio dell'amore
spirituale! O
uomini virtuosi! Bevete in profondità di questo
nettare del Bhagavat,
ancora e ancora, fino al momento in cui sarete tolti a
questa spoglia
mortale!"
A questa esortazione il Saragrahi, il Vaishnava che si
trova sulla
via del progresso, aggiunge: "Quel frutto dell'Albero
del pensiero è
una composizione, certamente fatta di principi dolci e
opposti. O
uomini religiosi! Come l'ape succhia il miele dal
fiore, bevete il
principio della dolcezza e lasciate ciò che non lo è."
Senza dubbio il Bhagavat è un'opera difficile, e nei
punti in cui non
parla delle descrizioni pittoresche della vita
tradizionale e
poetica, la sua forma è rigida e i suoi rami sono
coperti da una
forma insolita di poesia sanscrita. Le opere
filosofiche presentano
tradizionalmente questo carattere, perciò sono
necessari commenti e
note per assisterci nello studio del libro. Il
migliore tra questi
commentatori è Sridhara Swami, il più verace
interprete del nostro
grande e nobile Chaitanyadeva. Dio benedica lo spirito
delle nostre
nobili guide.
Queste grandi anime non furono simili a comete che
appaiono nel
firmamento per pochi istanti e scompaiono non appena
compiuta la loro
missione: sono piuttosto simili a tanti soli che
continuano a
brillare per dare luce e calore alle generazioni
successive. Passerà
molti tempo ancora prima che vengano uguagliate da
altri di pari
mente, bellezza e grandezza. Le opere di Vyasa
risuonano ancora nelle
orecchie di tutti i teisti, come se qualche grande
spirito le
cantasse da lontano! Badarikasram! Che nome
meraviglioso! La sede di
Vyasa e della scelta religione del pensiero! Il
pellegrino ci dice
che quella terra è fredda! Con quanta potenza il genio
di Vyasa
riuscì a generare il calore della filosofia in una
regione così
gelida! E non solo riscaldò quella terra, ma giunse
con i suoi raggi
molto lontano, fino alle spiagge del mare! Come il
grande Napoleone
del mondo politico, abbatté i regni e gli imperi delle
antiche e
superate filosofie con l'impatto immenso del suo
pensiero
trascendentale! Questa è vera potenza! Le filosofie
atee delle scuole
Shankha, Charvak, giainista e buddhista rabbrividirono
di paura
all'avvicinarsi dei sentimenti e delle creazioni
spirituali del
filosofo del Bhagavat! L'esercito degli atei era
composto di grezze e
impotenti creature simili alle legioni riunite sotto
la bandiera del
caduto Lucifero, ma i soldati puri, santi e spirituali
di Vyasa,
inviati dal suo Padre Onnipotente, erano invincibili e
potenti contro
ogni nemico, capaci di annientare tutto ciò che era
privo di santità
e di fondamento. Colui che lavora nella luce di Dio è
capace di
vedere le cose più minuscole della creazione, colui
che lavora con il
potere di Dio è grande e invincibile, e colui che
lavora con la
santità di Dio nel proprio cuore non trova difficoltà
nel
confrontarsi con le cose e i pensieri che mancano di
santità. Dio
agisce attraverso i Suoi agenti, e questi agenti sono
descritti da
Vyasa stesso come l'Incarnazione del potere di Dio.
Tutte le grandi
anime furono incarnazioni di questo genere: ne
troviamo la conferma
autorevole nel Bhagavat stesso:
"O brahmana! Dio è l'anima del principio della bontà!
Le incarnazioni
di tale principio sono innumerevoli! Così come
migliaia di corsi
d'acqua provengono da una sola inesauribile sorgente,
così queste
incarnazioni sono semplicemente emanazioni di
quell'energia di Dio
infinitamente buona che è eternamente completa."
Il Bhagavat ci permette dunque di chiamare Vyasa e
Narada con il nome
di Shakti-avesh Avatara dell'energia infinita di Dio,
e lo spirito di
quest'opera arriva fino al punto di onorare tutti i
grandi
riformatori e mestri che vissero e vivranno in altri
paesi. Il
Vaishnava è pronto ad onorare tutti i grandi uomini
senza distinzione
di casta, in quanto sono pieni dell'energia di Dio.
Vedete quanto è
universale la religione del Bhagavat. Non è destinata
soltanto a una
certa classe di indù, ma costituisce un dono per tutti
gli uomini in
generale, in qualsiasi nazione siano nati e in
qualunque società
siano cresciuti. In breve, il Vaishnavismo è l'Amore
Assoluto che
lega tutti gli uomini insieme con il Dio infinito,
incondizionato e
assoluto. Che la Sua pace regni per sempre nell'intero
universo, nel
continuo sviluppo della sua purezza attraverso gli
sforzi degli eroi
futuri, che saranno benedetti secondo la promessa del
Bhagavat con i
poteri del Padre Onnipotente, il Creatore,
Preservatore e Distruttore
di tutte le cose, in cielo come in Terra.
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