giovedì 9 agosto 2012

"Twitter moltiplica le voci scomode la rivoluzione non si può più fermare"- LASTAMPA.it

"Twitter moltiplica le voci scomode la rivoluzione non si può più fermare"

ROMA
Il sociologo belga-canadese Derrick de Kerckhove è contesissimo nei corridoi del Dipartimentimento di Comunicazione e Ricerca Sociale dell’università La Sapienza di Roma, anche perchè, proprio come le potenzialità della Rete di cui è paladino, si lascia avvicinare con naturalezza da qualsiasi studente. A margine del convegno sul centenario del massmediologo Marshall McLuhan, organizzato dalla direttrice dell’Osservatorio TuttiMedia Maria Pia Rossignaud e da Media Duemila, de Kerckhove risponde a qualche domanda sul ruolo delle tecnologie della comunicazione nella primavera araba.

Cosa è successo in Tunisa, in Egitto ma anche in Libia, in Siria, in Bahrein, in Yemen? Ci volevano internet, skype e i cellulari per abbattere dittature pluridecennali?
«E’ successo semplicemente che ormai tutti hanno chiaro quanto la comunicazione sia la chiave dei cambiamenti politici contemporanei. In realtà il cambiamento è cominciato una decina d’anni fa nelle Filippine dove, nel 2001, Joseph Estrada fu il primo presidente a essere cacciato da una mobilitazione popolare convocata via Sms. E pensare che all’epoca le compagnie telefoniche non avevano ancora capito il potenziale rivoluzionario dei messaggini e li mettevano a disposizione gratuitamente».

Sebbene oggi sembra che blog e social network abbiano preso il sopravvento, il vecchio cellulare dà ancora battaglia, come dimostra l’importanza di twitter nel risveglio arabo. E’ così?
«Nelle Filippine, come oggi nel mondo arabo, il cellulare è assai più diffuso del computer, e soprattutto lo precede. La seconda fase della rivoluzione comunicativa, dopo le Filippine, la vediamo nell'Iran delle elezioni 2009, dove twitter diventa in poco tempo la voce dei dissidenti. In realtà da principio twitter non ha una grandissima diffusione all’interno dell’Iran ma la possibilità di retweet i messaggi moltiplica la forza comunicativa dei dissidenti e alla lunga serve da modello per le rivolte del mondo arabo».

E’ dunque il cellulare il collegamento tra l’Iran 2009 e l’Egitto 2011?
«Le nuove tecnologie hanno messo le ali alla protesta. E’ successo nelle Filippine, in Iran e infine in Egitto. In Tunisia ha funzionato più Facebook di twitter, ma cambia poco. Tutti questi moltiplicatori comunicativi hanno trasformato l’opinione pubblica locale in globale e la rivoluzione è dilagata».

Cosa direbbe delle rivolte nel mondo arabo Marshall McLuhan?
«Da una parte è la prova che il mezzo è davvero è il messaggio, ma c’è un’altra riflessione di Mc Luhan ancora più calzante ed è quella sulle linee di forza. La primavera araba, dalla Tunisia all’Egitto fino ai paesi più conservatori come lo Yemen, lascia traparire le linee di forza ossia le tendenze naturali al desiderio di trasparenza, convergenza, implosione, la cui prima espressione è l’elettricità, poi il calore, la luce e l’energia seguite dall’informazione e infine la comunicazione, ossia l’era del cellulare e del computer. E’ quest’ultimo stadio che consente i cambiamenti politici, per questo oggi, per la prima volta, governi come quello cinese si proteggono dal nemico YouTube».

Perchè l’Occidente, dove si sono sviluppate le nuove tecnologie, appare più timido nell’utilizzarle politicamente di quanto non facciano paesi in via di sviluppo come quelli mediorientali o nordafricani?
«Perchè l’Occidente non si è ancora sganciato da un periodo di iperindividualismo legato alla scrittura. Il mondo arabo invece, costretto a compiere un balzo temporale dal XVI al XXI secolo, ha assaltato le nuove possibilità comunicative aggrappandovisi per emergere dalla propria condizione di arretratezza».

Cosa seguirà alla fase della comunicazione?
«Tornerà Giordano Bruno, nel senso che saremo noi a decidere la Storia invece di esserne vittime. E non riguarderà una sola area geografica: passeremo dalla fase continenttale alla fase globale».

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